Anatolia

ANATOLIA (᾿Ανατολία). – L’A., termine moderno per indicare la parte occidentale dell’Asia Minore degli antichi (᾿Ασία ἡ ἐλάττων, Asia Minor), si presenta fisicamente come una penisola fortemente frastagliata, con notevoli rilievi montuosi all’esterno e un vasto altipiano, parte desertico parte tagliato da fertili vallate percorse da fiumi, all’interno. La posizione geografica ha fatto dell’A. una zona di passaggio tra l’Asia e l’Europa: il Bosforo e l’Ellesponto da un lato, i gioghi dei monti dell’Armenia dall’altro, sono state le vie attraverso le quali le popolazioni provenienti dalla regione danubiana o dal Caucaso penetrarono ripetutamente nell’A., portandovi di volta in volta culture di tipo occidentale o orientale. Né bisogna poi dimenticare il ponte verso la Grecia, costituito dalle isole egee, o l’ampia apertura meridionale sulla “fertile mezzaluna”, attraverso la quale la civiltà mesopotamica fece sentire il suo influsso. Regione aperta a correnti culturali molteplici, dunque, ma isolata abbastanza da elaborare originalmente ciò che prendeva dall’esterno: onde il carattere particolare sempre posseduto dalle varie civiltà che si succedettero sul suolo dell’Anatolia.

Scoperte. – L’esplorazione archeologica dell’A., iniziatasi per l’interesse destato dalla civiltà greca, portò in breve tempo alla scoperta di civiltà di molto anteriori a quella; l’interesse degli archeologi si spostò quindi decisamente su queste ultime, che si vanno rivelando sempre più complesse e originali, e delle quali gli scavi più recenti vanno mettendo in luce l’importanza fondamentale nello svolgimento della civiltà cretese-micenea da un lato e di quella siriana dall’altro. Iniziatore degli scavi in A. fu H. Schliemann, che nel 1870 intraprese l’esplorazione della collina di Hissarlik (Troia); gli scavi si protrassero per molti anni (Schliemann ebbe l’aiuto anche di altri studiosi, fra i quali va ricordato W. Dörpfeld), mentre il British Museum promuoveva una prima esplorazione a KarkamiŞ (Carchemish) e H. Rassam iniziava lo scavo di Toprakkale, presso il lago di Van; scavo che nel 1898 fu proseguito dai tedeschi Belck e Lehmann-Haupt e nel 1916 dai russi Marr e Orbeli.

Nel frattempo la Deutsche Orient Gesellschaft affidava ad un gruppo di archeologi, fra cui R. Koldewey, il futuro scavatore di Babilonia, lo scavo di Zincirli, l’antica Sam’al (1888-92), ed a H. Winckler quello di Boğazköy (1906), dal quale emerse la capitale dell’impero hittita, Khattusha. Allo scoppio della prima guerra mondiale, che interruppe per molti anni la ricerca archeologica in A., L. Woolley aveva ripreso lo scavo di KarkamiŞ, e J. Garstang aveva iniziato quello di Sakçagözü. Dopo la guerra entrarono nel campo dell’archeologia anatolica gli Americani, che con la larghezza di mezzi dell’Oriental Institute di Chicago intrapresero lo scavo di AliŞar (H. H. von der Osten ed E. Schmidt, 1927-32), mentre C. W. Blegen riprendeva con altri criteri lo scavo di Troia per verificare stratigraficamente i risultati di Schliemann e Dörpfeld (1932-37). Anche i giovani archeologi turchi cominciavano a cimentarsi nel loro paese, ed anzi ad essi si devono le scoperte più interessanti del periodo fra le due guerre: le tombe di Alaca-Hüyük (H. Kosay e R. Arik, 1935-39) e un complesso di località non lontane da Ankara: Ahlatlibel, EtiyokuŞu, Karaoğlan, Pazarli, le quali hanno rivelato la preistoria dell’altipiano anatolico. Anche gli europei tornarono in A.: B. Hroznỳ (1925) esplorò Kültepe, l’antica Kanesh, K. Bittel riprese nel 1931 lo scavo di Boğazköy estendendolo alla vicina località di Yazilikaya, L. Delaporte lavorò a Malatia, Garstang riportò alla luce il centro preistorico di Mersin in Cilicia; la inglese W. Lamb scavò a Kusura per studiare i rapporti con l’Egeo e l’americana H. Goldman dal 1934 a Gözlüküle, l’antica Tarso.

La seconda guerra mondiale non interruppe completamente il lavoro archeologico in A., ma questo, rimasto ai soli Turchi, non fece grandi progressi. Con la ripresa avvenuta nel dopoguerra, si è assistito a un certo cambiamento dell’interesse archeologico: come nel periodo fra le due guerre la nuova civiltà hittita aveva fatto passare in secondo piano quella omerica, così negli ultimi anni un complesso di circostanze (la decifrazione dell’hittito geroglifico, che i testi più recenti hanno mostrato preesistente a quello cuneiforme, e quella del minoico lineare B; la scoperta degli stretti rapporti fra la civiltà cretese-micenea e quella di Ugarit, Alalakh e Mari) ha spinto gli studiosi a indirizzare le loro ricerche verso quel periodo, fine del III-inizio del II millennio a. C., durante il quale le prime popolazioni di lingua indoeuropea elaborarono, tra l’A. e l’Egeo, quella civiltà che improntò di sé tutto l’Oriente mediterraneo; in tal senso si stanno rivelando fondamentali gli scavi intrapresi nel 1955 a Beycesultan e tuttora in corso. Accanto a questi sono comunque da ricordare quelli di Karatepe, condotti da diversi studiosi (H. Th. Bossert, B. Alkim, H. Çambel, i coniugi Özgüç), che nel 1947 portarono alla scoperta delle iscrizioni bilingui in fenicio e hittito geroglifico che hanno permesso la decifrazione di quest’ultima lingua, e la ripresa degli scavi a Malatia (C. F. A. Schaeffer) e a Boğazköy (K. Bittel). (Si vedano le singoli voci, sotto i nomi delle località).

Çatalhöyük - Wikipedia

Preistoria. – L’A. fu abitata fin dal più antico Paleolitico, come dimostrano i ritrovamenti di fossili e di manufatti di tipo chelleano avvenuti a Birecik, Karain (ove si sono avuti resti umani di tipo neanderthaliano) e ad Adiyaman, presso Malatia; particolarmente interessanti questi ultimi, in quanto hanno permesso di affermare, per questo periodo, l’esistenza di rapporti tra l’A. da un lato e il Caucaso e la regione siriana dall’altro. Per quanto concerne il Neolitico, che in A. dura tutto il V e parte del IV millennio a. C., va segnalato lo strano fenomeno della sua totale assenza nella regione anatolica vera e propria, limitandosi esso alla Cilicia (Mersin, Sakçagözü, Tarso) con caratteri tali da rivelare la sua provenienza mesopotamica; ciò significa che, fino a che nuove scoperte non verranno a mutare la situazione, l’A. centrale e occidentale va considerata, per questo tempo, disabitata; tale situazione non si limita del resto al Neolitico, ma si protrae per buona parte del periodo successivo. Solo all’inizio del III millennio, infatti, e cioè durante il tardo Calcolitico, compaiono le prime tracce di agglomerati urbani nell’altipiano centrale e nella regione occidentale. Attualmente, quindi, il Neolitico e le prime fasi del Calcolitico potranno venire studiati solo in Cilicia. A Mersin la ceramica neolitica più tarda mostra i primi tentativi di decorazione a colori, e continua il suo sviluppo durante tutto il Calcolitico (circa 3800-2600 a. C.), ma sotto l’influenza costante di quella mesopotamica, presente a Mersin in tutte le sue fasi: da quella di Tell Ḥassūnah e di Tell Ḥalaf a quella di el-‛Ubaid e di Gemdet Naṣr. Con la comparsa del rame, che segna il declino dei microliti neolitici, coincide a Mersin l’adozione di un sistema di costruzione che rimarrà per millenni peculiare all’A.: gli edifici hanno la parte inferiore costituita da pietre, mentre quella superiore è costruita in mattoni di argilla cotti al sole; più tardi, dove sarà possibile, grosse travi di legno alleggeriranno e renderanno più elastico il muro di mattoni. In questo periodo, forse, la Cilicia conobbe sconvolgimenti provocati da movimenti etnici: quello che è certo è che, dopo un lungo periodo di vita pacifica, di carattere agricolo, il villaggio preistorico di Mersin appare improvvisamente, verso il 3000 a. C., munito di mura di mattoni, dello spessore di un metro e mezzo, ad andamento irregolare; il carattere di fortezza assunto dalla località è accentuato dalla disposizione delle abitazioni, addossate alla parte interna delle mura e facenti tutt’uno con esse.

Intorno a questa stessa epoca compaiono i primi centri abitati nell’A. centrale e occidentale: questi ultimi (Troia I, Kumtepe, Babaköy, Yortan) presentano forti affinità con quelli dell’Egeo (Thermi, a Lesbo) della prima Età del Bronzo; le località dell’A. centrale invece (AliŞar, Büyük Güllücek, Alaca-Hüyük, Dündartepe), pur con qualche aspetto comune con quelle occidentali, sembrano culturalmente più vicine alla zona danubiana; significativi, per questo riguardo, i ritrovamenti di Fikirtepe sul Bosforo, che mostrano quale dovette essere la via di passaggio, e quelli di Dündartepe sul Mar Nero; un’espansione anatolica verso la Tracia è stata arguita da Gordon Childe sulla base di trovamenti fatti a Mikhalits, presso Svilingrad in Bulgaria. I resti più cospicui di questo periodo sono quelli di Troia I, con le sue mura di pietre (ma probabilmente con la parte superiore in mattoni) di due metri e mezzo di spessore; la cinta aveva un andamento irregolare ed era rinforzata con torri avanzate verso l’esterno: nel complesso tale sistema difensivo ricorda abbastanza da vicino quello di Mersin. A Troia I sono state inoltre ritrovate fondamenta di abitazioni che possono considerarsi una lontana anticipazione di quello che un millennio e mezzo più tardi sarà il mègaron omerico. L’affinità tra questa cultura e quella egea della prima Età del Bronzo ha però creato uno squilibrio cronologico nel quadro generale della cultura anatolica: mentre infatti in Cilicia e nello altipiano centrale la prima metà del III millennio vede ancora in atto l’ultima fase del Calcolitico, la contemporanea cultura occidentale si trova già nella fase successiva: l’Età del Bronzo comincerà nell’A. centrale e meridionale solo dopo il 2600, contemporaneamente a Troia II. Fatta questa precisazione, si può datare la prima Età del Bronzo dal 2600 al 1900; in questo periodo il frazionamento culturale dell’A., iniziatosi nel periodo precedente con la nascita di nuovi centri, permane, sia pure con reciproche interferenze che non riescono però a dare all’A. una cultura unitaria. La Cilicia (Mersin, ma specialmente Tarso) svolge la funzione di intermediaria tra la Siria e l’altipiano centrale; i rapporti con Troia II, attuati molto probabilmente per via marittima, sono continui, ma d’intensità variabile nel tempo. L’altipiano centrale (Alaca-Hüyük, AliŞar, Polatli, Ahlatlibel, Karaoğlan) sviluppa una cultura propria, la cui origine resta per ora incerta: gli scavi del 1942-1944 condotti da KoŞay a Karaz nel Caucaso meridionale e quelli di Geoy Tepe presso il lago di Urmia ad opera di Burton Brown, hanno rivelato forti contatti con la cultura caucasica studiata dal russo Kuftin (Lamb, in Anatolian Studies, 1954: v. bibliografia), tuttavia i risultati non sembrano validi per tutta l’A. centrale: a Dündartepe (sul Mar Nero), infatti, accanto ad influssi provenienti dall’altipiano centrale è stata notata una notevole componente danubiana (Burney, in Anat. Stud., 1956: v. bibliografia). La zona occidentale, infine (Troia II-V, Kusura, Yortan, Demirci Hüyük) continua nella sua affinità con l’Egeo, anche se non manca di far sentire la sua influenza sul resto dell’Anatolia. È opportuno tener presente che questa prima fase dell’Età del Bronzo viene nettamente divisa in due periodi da una frattura stratigrafica, la quale rivela che verso il 2300 molte località, come Troia II, Alaca-Hüyük, Polatli, Karaoğlan, Dündartepe, Ahlatlibel e Karaz furono distrutte; la separazione tra i due periodi è inoltre accentuata dalla comparsa, dopo la distruzione, di un nuovo tipo di ceramica detta “cappadocica”. Questi fenomeni vanno forse collegati con l’arrivo di popolazioni di tipo brachicefalo, che, come dimostrano le ricerche antropologiche di Şenyürek (in appendice a Lloyd: v. bibliografia), in questo periodo sono presenti in A. con una notevole percentuale rispetto alle popolazioni dolicocefale di tipo “mediterraneo” preesistenti. Tra le località più notevoli di questo periodo vanno ricordate Alaca-Hüyük, per le sue tombe, Polatii e Troia II. Le tombe di Alaca (v.), scoperte dagli archeologi turchi nel periodo fra le due guerre mondiali, hanno fornito un ricchissimo corredo funebre (conservato nel museo di Ankara) che presenta delle affinità col cosiddetto Tesoro di Priamo, ma richiama altresì le suppellettili trovate a Maikop nel Caucaso. Accanto agli idoletti femminili, dai caratteri sessuali grottescamente accentuati, e all’elegante vasellame in metalli preziosi lavorato a rilievo (con la spina di pesce come predominante motivo ornamentale), sono caratteristici di Alaca i cosiddetti “stendardi”, piccoli oggetti di bronzo lavorati a traforo e decorati con motivi geometrici e animalistici, adoperati forse come pendagli di stendardi (donde il nome); in una tomba è stata inoltre rinvenuta una spada dalla lama di ferro, materiale prezioso per quel tempo. La località di Polatli è interessante non tanto per la sua architettura (con l’ormai usuale muro di mattoni di argilla su una base, di pietra, alta circa un metro) quanto per la sua ceramica; nello strato immediatamente precedente alla distruzione del 2300 compaiono dei vasi con un nuovo tipo di decorazione, bianca su un ingubbiatura rossa, mentre fino allora aveva predominato una ceramica monocroma, dapprima bruna poi rossastra; tale decorazione in bianco, presente pure a Karaoğlan, rivela i rapporti intercorrenti tra l’Egeo e l’A.; qui, il suo centro di diffusione era la Pisidia. Non mancano a Polatli affinità con altre regioni anatoliche, come Alaca e specialmente Troia II; i rapporti con quest’ultima sono sottolineati dalla presenza di un particolare tipo di vaso biansato, il cosiddetto dèpas amphikỳpellon, nel quale si nota, per la prima volta in A., l’uso del tornio, e largamente diffuso a Troia II. La seconda fase di Polatli (dopo il 2300) è caratterizzata dalla scomparsa della ceramica precedente, che viene sostituita da quella “cappadocica”, cui è peculiare un tipo di piatto decorato con una croce rossa al centro; tale ceramica è diffusa, tra la fine del III e l’inizio del II millennio a. C., dall’Egeo all’Eufrate. A Troia Il frattanto una nuova fortificazione prende il posto di quella precedente; le mura, con 4 m di spessore, sono rinforzate da quattro torri agli angoli e sono costruite col solito sistema di pietra e mattoni con travi di legno. All’interno della cittadella sono stati rinvenuti i resti di piccole costruzioni affiancate, sul tipo dei mègara, aventi le sostrutture di pietre e le mura di mattoni. A questo periodo, anteriore alla distruzione del 2300, risalgono i “tesori” (ma qualcuno li data un pò più tardi, facendoli contemporanei a Troia III), ricchi di ornamenti in oro a molte lamelle e spilloni con spirali e rosette filigranate; notevoli le giare di argento con coperchio a forma di coppa. Nell’ultima fase della prima Età del Bronzo (Troia III-V) la città perse molta della sua importanza; compare la ceramica “cappadocica”.

Protostoria. – L’inizio del XIX sec. a. C. segna a un tempo l’inizio della seconda Età del Bronzo (1900-1600) e la fine della preistoria; a quest’epoca risalgono infatti i primi documenti scritti pervenutici. Si tratta di una serie di testi commerciali scritti in dialetto antico-assiro da una colonia di mercanti assiri stabilitasi a Kültepe (antica Kanesh), località a S di AliŞar, circa 20 km a NE dell’odierna Kayseri. Le case in cui questi testi sono stati trovati erano costruite alla maniera anatolica, ma i defunti, seppelliti entro casse di terracotta sotto i pavimenti delle case, ci riportano all’ambiente mesopotamico.

Particolarmente interessanti le circa 8oo impressioni di sigilli, non ancora adeguatamente studiate, che accanto a motivi d’ispirazione mesopotamica ci fanno conoscere motivi locali in questo periodo pre-hittita. Periodo particolarmente notevole, anche se quasi del tutto ignoto finora, poiché in esso fiorì la più elegante ceramica che l’A. abbia mai avuto (il tipo cosiddetto di “AliŞar II”, evoluzione locale della ceramica “cappadocica”) e si sviluppò l’originale civiltà legata, per ora, soltanto ai rinvenimenti di Beycesultan. In questa località, la cui esplorazione archeologica è stata intrapresa in questi ultimissimi anni, si è rivelata una città, fondata nel corso del III millennio, che nei primi secoli del millennio successivo dovette essere la capitale di uno stato fiorente; particolarmente notevole la sua architettura, finora non attestata altrove in A.: un grande palazzo, con basamenti in pietre grezze e muri di mattoni e legno, le cui sale, sorrette da colonne lignee e decorate con intonaco dipinto, ricordano molto da vicino quelle dei palazzi siriani (Alalakh) e quelle cretesi del secondo periodo, cui è però anteriore di alcuni secoli (il palazzo è datato al XIX sec.); tale palazzo fu però distrutto violentemente, e la sua distruzione segnò l’inizio di un lungo periodo di decadenza per la città. In questo periodo l’A. occidentale (prime due fasi di Troia VI) appare ancor più legata alla cultura egea, mentre la Cilicia stringe i suoi rapporti con la Siria.

Periodo hittita. – L’ultima fase dell’Età del Bronzo (1600-1200 a. C.) coincide in A. col periodo dell’impero hittita. Popolazioni indoeuropee, probabilmente connesse ai resti umani di tipo brachicefalo, fecero la loro prima comparsa in A. verso la fine del III millennio, come abbiamo già visto, sovrapponendosi alle locali popolazioni, non indoeuropee, chiamate nei testi hittiti col nome di Khatti (donde i nomi moderni di Hattiti ovvero Proto-hittiti); la migrazione indoeuropea si svolse in più riprese, come testimoniano, fra l’altro, le diverse lingue, più o meno imparentate fra loro, parlate dai nuovi venuti (hittito geroglifico, hittito cuneiforme o nesito, palaico, luvio, licio); la più recente, avvenuta verso l’inizio del II millennio, portò in A. una popolazione brachicefala, di tipo alpino, nella quale sono forse da ravvisare i veri e propri Hittiti, i cui nomi sono già presenti nelle tayolette di Kültepe.

Gli Hittiti, il cui vero nome è Nesiti (mentre Hittiti è quello con cui furono chiamati dagli altri popoli, che attribuirono loro il nome dei loro predecessori), vissero inizialmente divisi in comunità separate, ma verso il 1600 il re Labarna costituì il primo stato unitario, la cui capitale fu portata a Khattusha (Boğazköy) dal suo successore Khattushili I; dopo fasi alterne di grande potenza e di decadenza, l’impero hittita fu travolto all’inizio del XII sec. dall’invasione dei Popoli del mare, che provocarono altresì la caduta di Troia VII A (quella dell’Iliade). Dal punto di vista archeologico, questo periodo è il meglio conosciuto in A., per lo meno nella regione centrale intorno al fiume Halys, centro dell’impero hittita; gli scavi di Bogazköy (v. Khattusha), di Yazilikaya (v.) e di Alaca-Hüyük (v.) hanno rivelato l’architettura e la scultura hittite: le poderose cinte di mura con le loro porte ornate di rilievi, i templi, i rilievi scolpiti sulle rocce, mostrano, con la loro grandiosità, la potenza raggiunta da questo impero (v. Hittita, arte). Molto meno note sono le altre regioni dell’A. in questo periodo: quella occidentale, rappresentata essenzialmente da Troia VI-VII A, resta fondamentalmente autonoma dall’influenza hittita e legata al mondo egeo più che a quello anatolico; dopo il periodo di decadenza nelle ultime fasi del periodo precedente, ha una notevole ripresa, fino a raggiungere l’importanza, testimoniata dai copiosi resti archeologici, della città omerica. L’influenza micenea, particolarmente sensibile a Troia, raggiunge fin la Cilicia (Tarso) e la Siria (Ugarit e Alalakh). Tuttavia il caso di Mileto, che sembra essere stato un vero e proprio centro miceneo in A., e forse non il solo, parrebbe confermare l’esistenza, nella parte occidentale dell’A., di uno stato miceneo, affine, se non identico, a quello acheo menzionato dalle fonti hittite col nome di Akhkhiyawa. In Cilicia si creò in questo periodo uno stato indipendente, chiamato Kizzuwatna (la Cataonia dei Romani), che raggiunse una notevole importanza, come dimostrano i trattati stipulati con esso dai re hittiti (XV sec. a. C.), e che fu da questi annesso durante il regno di Murshili II (1345-1315 a. C.); in tale zona perdurano gli stretti rapporti con la Siria, ma è attivo anche il commercio con Cipro. A Mersin l’architettura e i manufatti sono di tipo hittita, con leggere varianti locali. Quasi completa:mente ignoto è invece l’altro stato, posto a SO di quello hittita, conosciuto sotto il nome di Arzawa; soltanto i recentissimi scavi di Beycesultan, località presso il Meandro, hanno rivelato che la città, già fiorente nel periodo protostorico e poi decaduta dopo una distruzione violenta, nel periodo hittita conobbe un nuovo periodo di splendore. Accanto ad elementi comuni con la Troia contemporanea (mègaron) e con la regione centrale dell’A., Beycesultan si è mostrata ricca di elementi originali, tanto più notevoli in quanto l’influenza commerciale micenea vi si faceva sentire solo debolmente.

Nell’Età del Ferro, violentemente introdotta in A. intorno al 1200 a. C. dai Popoli del mare, la regione presenta un aspetto completamente diverso da quello dell’età precedente. All’inizio del I millennio l’A. è nettamente divisa in due zone: quella sud-orientale, che vide un cospicuo numero di città-stato indipendenti, e quella centro-occidentale, sotto il più tardo predominio frigio.

Periodo siro-hittita. – La regione sud-orientale dell’A. appare, all’inizio del I millennio, costellata di numerose città-stato: Malatia, Zincirli, Till Barsip, KarkamiŞ, Sakçagözü, Tell Ḥalaf, sono le località che hanno lasciato i resti più cospicui di questo periodo. La cultura di questi centri continua, sotto certi aspetti, quella hittita del periodo imperiale, ma si tratta di una cultura marginale, provinciale rispetto a quella: prova ne sia la lingua, che non è più quella che si esprimeva nella scrittura cuneiforme, bensì quella, affine, espressa in geroglifici, attestata, ma in misura limitata, già prima e durante l’impero di Khattusha. Scomparso il potere centrale, emersero questi centri precedentemente periferici, nei quali però l’elemento etnico hittita si trovava in minoranza rispetto a quelli preesistenti, e cioè quello semitico (Fenici e specialmente Aramei) e quello hurritico.

È inoltre possibile che, respinta dagli Egiziani, l’invasione dei Popoli del mare abbia lasciato anche in A. dei residui, come avvenne in Palestina con i Filistei; in tal senso sembra vada intesa la presenza dei Danuna, identificati sia con gli omonimi invasori dell’Egitto sia con i Danai omerici, nello stato di Adana, che la bilingue scoperta nel 1947 a Karatepe (v.) ci ha fatto conoscere in tale regione. Accanto alle sopravvivenze hittite sono notevoli, in questi piccoli stati, sia le componenti semitiche locali sia, specialmente, l’influenza assira percepibile in modo particolare nel sistema costruttivo delle fortificazioni; tuttavia non mancano correnti culturali nel senso opposto, cioè elementi hittiti in Assiria: esemplare il caso del bīt khilāni (v.), il caratteristico palazzo residenziale di questa regione, che fu adottato dagli Assiri. L’arte di questo periodo è abbastanza ben conosciuta (v. Hittita, arte), specialmente per merito degli scavi condotti a KarkamiŞ e a Zincirli, l’antica Sam’al; particolarmente interessanti le numerosissime sculture, che nella loro rozzezza rivelano una nuova sensibilità la cui origine non è ancora stata individuata. Le vicende di questi stati possono riassumersi in una lotta continua e sfortunata contro l’impero assiro in espansione: spesso riuniti in leghe, riuscirono per diverso tempo a tener testa agli eserciti assiri, ma, uno dopo l’altro, furono successivamente abbattuti; con la caduta di Milid (Malatia) nel 709, ultimo caposaldo antiassiro, si chiude la storia politica autonoma di questa parte dell’Anatolia.

Periodo frigio-lidio. – Nell’A. centrale il vuoto politico lasciato dalla scomparsa dell’impero hittita venne col tempo colmato dalla crescente potenza dei Frigi (da identificare probabilmente con i Muski delle fonti assire); questo popolo indeuropeo, originario della Tracia, era già attestato in terra anatolica al momento dell’invasione dei Popoli del mare, ma le vicende attraverso cui giunse al predominio politico ci sono ignote. I Frigi crearono uno stato, con capitale Gordion, al quale si aggiunsero, in posizione subordinata, altri organismi politici, quali la Lidia, ma non riuscirono a imporsi sulle città greche della costa occidentale. Della loro cultura ci sono rimasti numerosi documenti, sia in alcune delle località abitate precedentemente dagli Hittiti (ciò che mostra chiaramente il sovrapporsi delle due civiltà), come AliŞar e Boğazköy (limitatamente alla cittadella, in località Büyükkale,), sia in altri centri sorti soltanto in epoca frigia, come Gordion, Gawurkalesi, la cosiddetta Città di Mida e Pazarli; caratteristici della cultura frigia sono i tumuli e le sculture rupestri; l’architettura, come, in parte, tutte le altre espressioni dell’arte frigia, può considerarsi un ramo collaterale dell’arte greca arcaica. Come gli stati dell’A. sud-orientale, anche quello frigio dovette combattere contro l’Assiria, talvolta alleandosi all’Urartu (v.); l’invasione cimmerica dell’inizio dell’VIII secolo a. C. infranse però il potere di resistenza dei Frigi: verso il 680 a. C. il loro stato era completamente distrutto. Dopo un breve periodo di predominio cimmerico, emerse il regno di Lidia, con capitale Sardi, ma la sua potenza ebbe breve durata: il re lidio Aliatte riuscì ad arginare la spinta dei Medi, ma Ciro ebbe ragione di Creso e ne occupò la capitale (547 a. C.). Con la caduta del regno di Lidia anche l’A. centro-occidentale vide la fine della sua autonomia politica e di una cultura relativamente indipendente da quella greca (v. Frigia, arte; Licia, arte).

Bibl: Le opere qui appresso citate riguardano esclusivamente l’A. nel suo complesso; per gli scavi delle singole località si rimanda alle singole voci, mentre per le notizie di carattere più strettamente artistico si rimanda alla voce Hittita, arte. G. Contenau, Manuel d’arch. orientale, I-IV, Parigi 1927-1947; H. Frankfort, The Art and Architecture of the Ancient Orient, Harmondsworth 1954; G. Contenau, La glyptique syro-hittite, Parigi 1922; J. Garstang, The Hittite Empire, Londra 1929; A. Goetze, Kleinasien, Monaco 1933: id., Hethiter, Churriter und Assyrer, Oslo 1936; L. Delaporte, Les Hittites, Parigi 1936; S. Przeworski, Die Metallindustrie Anatoliens in der Zeit von 1500-700 vor Chr., Leida 1939; H. Th. Bossert, Altanatolien, Berlino 1942; K. Bittel, Kleinasiatische Studien, in Istanbuler Mitteilungen, V, 1942; id., Grundzüge der Vor- und Frühgeschichte Kleinasiens, Tubinga 1945; H. Goldman-J. Garstang, A Conspectus of Early Cilician Pottery, in Am. Journ. Arch., LI, 1947, p. 370 ss.; K. Körten, Exploration in East-A., in Belleten, XI, 1947, p. 431 ss.; A. M. Mansel, Türkiyenin Arkeoloji, Ankara 1948; R. Naumann, Die Hethiter, Berlino 1948; G. Contenau, La civilisation des Hittites et des Hurrites du Mitanni, Parigi 1948; K. Bittel, Nur hethitische oder auch hurritische Kunst?, in Zeitschrift für Assyriologie, XLIX, 1949, pp. 256-290; E. Akurgal, Späthethitische Bildkunst, Ankara 1949; W. Lamb, New Developments in Early Anatolian Archaeology, in Iraq, XI, 1949; E. Cavaignac, Les Hittites, Parigi 1950; R. B. K. Amiran, Connections between A. and Palestine in the Early Bronze Age, in Israel Exploration Journal, II, 1952, pp. 89-103; H. H. von der Osten, Buntkeramik in A., in Orientalia Suecana, I, 1952, pp. 15-37; G. Contenau, Prélydiens, Hittites et Achéens, Parigi 1953; W. Lamb, The Culture of North-East A. and Its Neighbours, in Anatolian Studies, IV, 1954, pp. 21-32; M. Riemschneider, Die Welt der Hethiter, Stoccarda 1954; M. V. Seton Williams, Cilician Survey, in Anatolian Studies, IV, 1954, pp. 121-174; J. Mellaart, Preliminary Report on a Survey of Pre- Classical Remains in South Turkey, ivi, pp. 175-249; R. Naumann, Architektur Kleinasiens, Tubinga 1955; M. Vieyra, Hittite Art, 2300-750 B. C., Londra 1955; S. Lloyd, Early A., Harmondsworth 1956; V. Gordon Childe, A. and Thrace, in Anatolian Studies, VI, 1956, pp. 45-48; C. A. Burney, Northern A. before Classical Times, ivi, pp. 179-203; O. R. Gurney, Gli Ittiti (trad. italiana), Firenze 1957; J. Mellaart, Anatolian Chronology in the Early and Middle Bronze Age, in Anatolian Studies, VII, 1957, pp. 55-88; D. B. Stronach, The Development and Diffusion of Metal Types in Early Bronze Age A., ivi, pp. 89-125.

(G. Garbini)



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