Arte sudarabica

SUDARABICA, Arte (v. vol. VII, p. 540). – Il recente avvio di scavi sistematici nello Yemen ha rimesso in discussione la cronologia del periodo preislamico e consente di tracciare un nuovo profilo storico abbastanza organico dell’arte e dell’architettura sudarabica. I tentativi di sintesi oggi disponibili risalgono alla fine degli anni ’50 (J. Pirenne, A. Grohmann) ma, risentendo troppo delle gravi divergenze cronologiche sorte allora tra i sudarabisti, sono ormai da considerarsi superati. Dovendo infatti giustificare innanzitutto le differenti posizioni cronologiche, quei lavori mettevano in primo piano i rapporti dell’arte s. con le altre culture, trascurando di rilevare e di spiegare quello che è il più importante ed evidente carattere dell’arte s., cioè la sua originalità. Ecco come i risultati delle più recenti indagini storiche prospettano il quadro cronologico dello Yemen preislamico: fase 1: periodo della protostoria sudarabica (c.a 1200-700 a.C.); fase 2: periodo dei mukarrib di Saba (c.a 700-400 a.C.); fase 3: periodo dei re di Saba (c.a 400-115 a.C.); fase 4: periodo dei re di Saba e dhū- Raydān (115 a.C.-300 d.C.); fase 5: periodo dell’impero himyarita (300-628 d.C.). Grazie a questo schema (peraltro non da tutti condiviso) è possibile oggi concentrare l’attenzione sui caratteri più propri e distintivi dell’arte yemenita antica.

Architettura. – La maggior parte degli insediamenti sudarabici situati lungo i margini desertici dello Yemen interno appare munita di imponenti cinte murarie. È difficile stabilire quando queste opere in pietra iniziarono a essere costruite, ma un’analisi comparativa può forse ravvisare una dinamica tecnico-stilistica che aiuta a comprenderne le origini e gli sviluppi. Essa poggia essenzialmente sulla presenza/assenza dei seguenti elementi: regolarità planimetrica dei perimetri murari, e cioè alternanza cadenzata di bastioni e rientranze; rifinitura degli alzati, e cioè presenza di blocchi perfettamente squadrati, accuratamente connessi e decorati nelle facce a vista; incisione di iscrizioni sulle cortine esterne.

La regolarità planimetrica delle cinte si trova solo nelle città di epoca «matura» (fasi 2 e 3). Essa testimonia un’unitarietà di progettazione e di messa in opera che appare ben documentata in città come, p.es., Ma’īn (Qarnāw), al-Baydā (Našq), Barāqiš (Yathil), Khirbat Sa’ūd (Kutal), Mārib, ad-Durayb/Yalā (Ḥafary), Haǧar Kuḥlān (Timna‛), Šabwa. In altre città, invece, la difformità nell’alternanza di torri e raccordi offre perimetri difensivi con andamenti incerti e piante urbane di forma irregolare. Cinte come quelle di Kamna (Kaminahū),Ǧidfir Ibn Munaykhir (Kuhal), al-Asāḥil (‘Ararat), Ṣirwāḥ, Haǧar Abū Zayd sembrerebbero proprio per questo più antiche. La loro disomogeneità planimetrica parrebbe dovuta, infatti, a una serie di fattori contingenti (presenza di elementi strutturali precedenti, diverse fasi di costruzione, ecc.) che dovrebbero aver condizionato le prime opere di difesa generale delle città.

Recenti studi condotti dalla Missione Archeologica Italiana nel sito di ad-Durayb/Yalā hanno dimostrato l’esistenza in questa città di una difesa interna più antica costituita semplicemente dalla giustapposizione delle case più esterne dell’abitato e, forse, dal loro raccordo tramite brevi muri intermedî. Tale forma di difesa, che precede l’edificazione di effettive cinte murarie e che si ritrova in uso ancor oggi nello Yemen (p.es. a Šibām in Ḥaḍramawt), potrebbe rappresentare il principale fattore condizionante nella irregolarità delle piante delle città suddette e dovrebbe essere stata comune nel periodo della protostoria sudarabica (fase 1), cioè nei secoli che precedettero l’avvento al trono del grande mukarrib (re federatore) di Saba Karib’īl Watar figlio di Dhamar’alī (c.a 700 a.C.).

Questa evoluzione è confermata dal progresso delle tecniche costruttive e, in particolare, dal grado di rifinitura delle cortine esterne delle mura. Le cinte di al-Asāḥil, Khirbat Sa’ūd, Yalā, Haǧar Abū Zayd, p.es., presentano alzati che, pur assumendo l’aspetto di muri dalla trama regolare, lasciano tra i blocchi (squadrati, ma non rifiniti) vistosi spazi che necessitano di inzeppature per rendere uniforme il piano di facciata. Le mura sono eseguite in doppia cortina con riempimento di pietrame sciolto e terra. Ma già a Khirbat Sa’ūd (c.a 700 a.C.) la maggiore rifinitura nella squadratura dei blocchi di alcuni bastioni preannuncia il grande sviluppo tecnico che contraddistinguerà non solo le opere difensive, ma tutte le costruzioni pubbliche dei secoli successivi. I blocchi diventano allora pietre modulari perfettamente squadrate e levigate che, pur messe in opera a secco, creano cortine perfette nelle quali non resta spazio per la minima fessura. Quasi sempre le facce visibili delle pietre sono decorate lisciando a cornice i margini dei blocchi e picchiettandone uniformemente il rettangolo centrale. E questa la tecnica caratteristica dell’architettura sudarabica classica, che si trova diffusa in tutta l’area della sua massima fioritura, da Naǧrān a Ma’īn, da Mārib a Haǧar Kuḥlān, da Šabwa a Khawr Rūrī, e che, con minime variazioni, resterà in auge praticamente sino alla fine del periodo preislamico.

Si è detto delle mura a doppia cortina con nucleo incoerente interno comuni nella fase più antica. In una fase successiva (probabilmente già a partire dal VII-VI sec. a.C.), il riempimento sciolto di pietrame e terra è sostituito da un robusto corpo di mattoni crudi, foderato all’esterno da un paramento di grandi blocchi rifiniti e incamiciato all’interno da un muro di grosse pietre, ben squadrate ma non levigate. Tale tecnica è stata messa in luce recentemente dagli scavi italiani nel settore meridionale di Barāqiš. Oltre alla pietra e ai mattoni crudi, un altro materiale che veniva sovente impiegato nelle costruzioni era il legno. Gli scavi francesi di Šabwa l’hanno dimostrato ampiamente.

Nelle cinte si aprivano porte monumentali ben difese, spesso articolate in un doppio (al-Asāḥil, al-Baydā, Kamna, Mārib, Haǧar Kuḥlān, Šabwa, al-Barīra) o in un triplo ingresso (Ma’īn, Ḥinū az-Zurayr, Khawr Rūrī). Particolarmente imponente è la porta O di Ma’īn dove, in un avancorpo costruito contro i torrioni che delimitano la doppia apertura d’ingresso tra le mura, è ricavata una specie di anticamera ornata da un portico su pilastri, da una scala per il camminamento di ronda e da numerose iscrizioni.

Le ipotesi più recenti collocano nell’VIII sec. a.C. l’inizio della scrittura monumentale. Questo sarebbe quindi un buon terminus ante quem per datare le cinte murarie nelle quali non compaiono blocchi iscritti, e anche un buon elemento per verificare quanto si è detto sullo sviluppo delle mura in base alla pianta e in base alla tecnica.

Nelle cinte di alcune delle città giudicate più antiche per i perimetri irregolari e per gli alzati non rifiniti (Hagar Abū Zayd, Yalā) non compaiono in effetti iscrizioni. Fa eccezione al-Asāḥil, che costituisce un termine di transizione. Nei blocchi non rifiniti delle sue mura Yathaʽʼamar Bayyin figlio di Sumhuʽalī, uno dei più antichi mukarrib di Saba conosciuti, lasciò incise diverse epigrafi. Siamo verso la fine dell’VIII sec. a.C., qualche decina d’anni prima dell’avvento di Karibʽīl Watar figlio di Dhamarʽalī. Le numerose opere di fortificazione intraprese da quest’ultimo sono documentate dalle sue epigrafi. Un esempio è rappresentato da Khirbat Saʽūd, da lui costruita non lontano da al-Asāḥil, in cui la pianta assume ormai una precisa forma rettangolare e in cui, tra i bastioni che si susseguono con ritmo uniforme, è possibile a tratti già scorgere i segni di un’opera più raffinata che preannuncia il grande perfezionamento tecnico dei secoli successivi. Si può quindi dire che le cinte murarie sudarabiche compaiono per la prima volta nei secoli della c.d. protostoria sudarabica (fase i), quando cioè ricalcano il limite esterno degli abitati sfruttando la cortina difensiva naturale costituita dalle case più esterne. Con l’inizio circa del periodo dei mukarrib sabei (fase 2) si assiste alla costruzione di cinte concepite ex novo, che servono o a fondare nuovi insediamenti o a recingere siti già esistenti. Nel corso di questo e del seguente periodo dei re di Saba (fase 3), quando cioè accanto a quello di Saba si affermano gli stati di Ma’īn, di Qatabān e di Ḥaḍramawt, si arriva all’apice dello sviluppo delle mura, almeno per quanto riguarda tutti i principali centri carovanieri dello Yemen interno.

I profondi rivolgimenti politici ed economici che a partire dalla fine del II sec. a.C. portarono alla fine graduale dell’egemonia delle tribù interne del paese e all’affermarsi di quelle dell’altopiano (Ḥimyariti), determinarono il progressivo offuscamento delle città lungo il deserto. Nel periodo dei re di Saba e dhū-Raydān (fase 4), mentre nell’interno restarono in vita – più o meno a lungo – antiche capitali come Mārib, Timna’ e Šabwa, sull’altopiano fiorirono nuovi importanti centri, nei quali tuttavia non compaiono più le grandi mura bastionate che per tanti anni avevano garantito la difesa dei centri del deserto. Gli insediamenti sembrano ora meno preoccupati di garantirsi una vera e propria difesa; e se a volte il compito è lasciato alla natura, approfittando di un rilievo naturale, come p.es. a Nā’it, a Ghaymān, a Ẓafār (l’antica capitale del regno di Ḥimyar), a Baynūn o a Ḥammat Kilāb, o di un pianoro circondato da canyons, come a Madīnat al-Ahǧur, spesso le città restano semplicemente esposte in pianura, come nel caso di Qaryat al-Fāw, di Šibām Sukhaym o di al-Mi’sāl (l’antica Wa’lān). Il fatto che in quest’ultimo sito compaia qua e là qualche breve muro difensivo sembra dovuto più a motivi occasionali che a un preciso e coerente piano generale di difesa.

È interessante notare come nello spazio dell’abitato assuma ora particolare importanza un edificio più grande e protetto degli altri, una specie di castello, che di solito tende – se la topografia lo consente – ad arroccarsi su una delle parti più elevate del sito. Queste roccaforti sono ravvisabili in quasi tutti i siti nominati sopra. Esse sono tuttavia particolarmente appariscenti nelle città ubicate in piano, dato che si presentano come piccole fortezze delimitate da robusti muri bastionati (v. il c.d. sūq di Qaryat al-Fāw). L’aspetto rilevato della cittadella di Mārib farebbe pensare all’ubicazione in quel punto, nelle fasi 4 e 5, di una roccaforte di questo genere. I riferimenti a questi «castelli» sono del resto numerosi nei testi suda- rabici di tale periodo: i castelli Raydān a Ẓafār, Salḥīn a Mārib, Ghumdān a Ṣan’ā, Sakār a Šabwa.

Questo totale cambiamento della concezione urbanistica potrebbe dipendere in parte dallo spostamento geografico delle città; ma è chiaro anche che esso rispecchia un profondo mutamento nella società. L’interesse politico della città che, come documentano anche le iscrizioni, era prima incentrato su un tempio, appare ora, nelle fasi 4 e 5, accentrato su un palazzo. E per questo che la maggior parte dei templi si trova nelle aree interne dello Yemen, e che essi sono relativi soprattutto alle fasi 1-3.

Non tutti i santuari sono compresi all’interno delle città. Accanto ai templi intra muros di al-Bayḍā, as-Sawdā, Ma’īn, Barāqiš, Khirbat Sa’ūd, Ṣirwāḥ, Mārib, Timna’, Šabwa, Ḥurayḍa, Khawr Rūrī, troviamo infatti numerosi templi extra moenia ad as-Sawdā, Khirbat Hamdān, Kamna, Ma’īn, Barāqiš e Mārib. Data la relativa forte antichità di questi ultimi, si potrebbe pensare forse che essi preesistessero alle città. Gli esempì, del resto, di templi isolati e molto antichi non sono pochi nello Yemen. Si tratta per lo più di santuari situati su montagne o su pianori rialzati, come quello in vetta al Ǧabal al-Lawdh nel Ǧawf, quello sulla collina di Darb aṣ-Ṣabī presso Barāqiš e quello in cima allo Ši’b al-‘Aql presso Yalā. Le piante di tali templi sono irregolari ed è molto probabile che in questi, che pur restano in uso sino a epoca tarda, siano da vedere i più antichi esempi di santuari costruiti nell’Arabia del Sud. Tra questi templi, che legano la loro forma alla natura del luogo su cui (e per cui) sorgono, dovremmo forse annoverare anche il famoso Tempio Awwam di Mārib (almeno per quanto riguarda il suo grande recinto ovale) e un tempio simile rinvenuto dai Russi a Riyām sull’altopiano di ‘Amrān. Anche il tempio ovale di Ṣirwāḥ doveva forse rientrare in questa categoria.

Dai vari studi tipologici effettuati sui templi dei periodi successivi possiamo seguire uno sviluppo separato di due principali categorie di edifici, uno con corte e uno ipostilo senza corte. Ambedue derivano probabilmente da un tempio ipetrale, con partizioni interne semplici e non fisse, di cui possiamo vedere un paio d’esempi nella zona di Mārib (tempio di Diš al-Aswad e tempio della piana di Rahāba). I templi a corte nascono da una bipartizione interna dello spazio rettangolare dell’edificio, delimitando sul terzo di fondo una cella multipartita e lasciando nella parte anteriore un’ampia corte nella quale si entra assialmente. Uno degli esempî più antichi di tempio con corte è quello rinvenuto dalla missione archeologica tedesca nel Ǧabal Balaq al-Awsaṭ presso Mārib, che è databile sulla base delle iscrizioni al VII-VI sec. a.C. Più tardi la corte si adorna di un portico sostenuto da pilastri e l’entrata si arricchisce di un propileo d’ingresso, come si può vedere dal tempio di Waddum dhū-Masmā’im scoperto dalla stessa missione nella zona di Mārib sul pendio occidentale del Ǧabal Balaq al-Qiblī, dal bellissimo Tempio di ‘Athtar recentemente scavato da J.-F. Breton a E di as-Sawdā nel Ǧawf e dal tempio di al-Masāǧid, che si trova c.a 30 km a S di Mārib. I templi a corte restano in uso sino a epoca tarda, come dimostra il tempio di Ḥuqqa (a NO di Ṣan’ā), che ha forti influenze ellenistiche e nel quale si possono osservare i segni evidenti di un’evoluzione nell’ampliamento trasversale della corte rispetto alla cella e nell’aggiunta di ambienti accessori ai lati della corte. Tale allargamento, che in pratica è una separazione del corpo che comprende la corte da quello che comprende la cella, è un fenomeno assai importante nella storia dell’architettura religiosa yemenita. Esso infatti appare diffuso sia nell’altopiano (a Ḥuqqa appunto) che nella zona desertica, come dimostrano il c.d. Tempio di ‘Athtar di Timna’ il c.d. Palazzo Reale di Šabwa scavato dalla Missione Archeologica Francese (che parrebbe essere invece, data la sua forma complessiva, un tempio) e il tempio Bar’an di Mārib, in corso di scavo a opera della Missione Archeologica Tedesca.

I templi ipostili invece sono costituiti da un solo ambiente. Gli edifici sono piccoli e la loro forma (a volte conservata sino alla copertura) si avvicina a quella di un cubo. Il soffitto è sostenuto da due o più file di pilastri monolitici delimitanti tre o più navate. Sul fondo della sala, leggermente rilevata, è la zona della cella (0 delle celle). Uno dei templi più antichi di questo tipo è quello che si trova sulla sponda sinistra dello Wādī aš-Šaqab, pochi chilometri a S di Barāqiš: tanto i pilastri (che sono disposti qui in ben cinque file), quanto le travi di copertura sono soltanto sbozzati e non si notano tracce di rifiniture o decorazioni. Relativamente antichi dovrebbero essere anche i templi ipostili rinvenuti dalla missione francese nello Wādī Ḥaḍramawt (templi di Haǧra, Makay-nūn, Husn al-Qays e Bā Quṭfa) e da quella russa nello Wādī Du’ān (templi di Raybūn), dato che nella pianta non differiscono molto dal «Tempio della Luna» scavato dagli inglesi a Ḥurayḍa nello Wādī ‘Amd, databile, nella sua fase più antica, al VI sec. a.C. I templi hadramiti sorgono tutti su un’alta piattaforma dove si sale per mezzo di una lunga scala monumentale. Non sono grandi ed è raro che all’interno si trovino più di due file di pilastri. Spesso, come a Raybūn, Ḥuṣn al-Qays e Haǧra, sulla stessa piattaforma si trovano accoppiati due templi gemelli, probabilmente per il culto di due divinità affini. Nell’area del Ǧawf i templi ipostili, oltre al già citato tempio sullo Wādī aš-Saqab, si trovano a Barāqiš (Tempio di Nakraḥ) e Ma’īn (c.d. tempio intra muros). Gli scavi italiani a Barāqiš hanno messo in luce davanti alla sala ipostila del Tempio di Nakraḥ un avancorpo gradinato su tre lati che, ricordando molto da vicino quello di un tempio scavato agli inizi del secolo a Yehā, colonia sabea d’Etiopia, dovrebbe farlo datare al VI-V sec. a.C. I templi ipostili restarono in uso in quest’area almeno sino alla fine del regno di Ma’īn, cioè, più o meno, sino all’inizio del I sec. a.C.

Essi sembrano diffusi nello stesso periodo anche sull’altopiano; nell’antico sito di Kānit, poco a E di Rayda, è stato infatti rinvenuto un tempio ipostilo, che dal tipo di colonne impiegate denota chiari influssi ellenistici.

Mentre nel tempio a corte si ritrovano moduli e schemi comuni nelle regioni del Nord (Siria-Palestina), in quello ipostilo si colgono i caratteri di una creazione genuina, che riflette un’ispirazione e un pensiero del tutto locali.

Scultura. – Le statue, le teste e i busti rinvenuti dagli archeologi americani nella necropoli di Ḥayd Bin ‘Aqīl presso Timna’ ben rappresentano la produzione che potremmo chiamare di «periodo medio» o «maturo». Esse infatti (insieme a innumerevoli altri pezzi dello stesso genere disseminati nei musei e nelle collezioni di tutto il mondo) rappresentano il momento della piena e autonoma fioritura dell’espressività artistica locale. Si nota in questi pezzi un modo del tutto singolare di rappresentare il vecchio motivo di origine mesopotamica del fedele orante. La peculiarità è evidente nelle figure tozze e squadrate dei personaggi che, pur dimostrando ciascuno chiari caratteri d’individualità (si potrebbe forse parlare di ritratti), sembrano insieme non poter uscire dai limiti figurativi imposti da un preciso e rigido canone stilistico. Tale canone, che è presente in tutte le manifestazioni artistiche sudarabiche, dalla plastica all’architettura, è nettamente distintivo in quanto, prediligendo la simmetria e la stabilità, impone forme piene e squadrate, trattate in modo deciso. E questo un gusto locale sulla cui origine è forse possibile oggi dire qualcosa. Si sono definite di «periodo medio» o «maturo» le statuette di cui sopra, per distinguerle da quelle posteriori, in cui chiare appaiono ormai le contaminazioni di origine ellenistica («periodo tardo» o «decadente»), e da quelle più antiche che potremmo inquadrare in un «periodo antico» o «formativo».

La classe dei pezzi della fase più antica è caratteristica e numerosa, e comprende le statuette «degli antenati». Una bella collezione di esemplari di questo tipo – proveniente dal Museo Nazionale Romano – si trova oggi conservata al Museo Nazionale d’Arte Orientale di Roma. Qui il canone iconografico è ancora più rigido. Gli oranti, sia uomini che donne, sono rappresentati seduti (eccezionalmente in piedi) in una posizione di assoluta immobilità, che la disposizione delle braccia e delle gambe rende ancora più sensibile. L’unica espressività è negli occhi. I motivi sono stereotipi e si ripetono in modo esasperante. Tutto sembra indicare norme stilistiche e iconografiche cogenti e consolidate. Si avverte in questo l’esistenza di una lunga tradizione figurativa.

E assai probabile che il gradino precedente questa forma espressiva sia costituito da un gruppo di idoletti granitici recentemente pubblicati, alcuni dei quali trovati in contesti relativi all’Età del Bronzo yemenita (fine Ili-inizio II millennio a.C.). La forma squadrata delle spalle, il collo largo dal quale si stacca il rilievo triangolare del volto con le ampie orbite, il naso lungo sulla piccola bocca, la posizione delle braccia e soprattutto la suddivisione della figura, per mezzo di una specie di cintura, in due parti nettamente distinte, di cui quella superiore (con testa e busto) è lunga quasi il doppio di quella inferiore (gambe), sono caratteri che indubbiamente legano le due classi di oggetti. Nella statuaria antropomorfa sudarabica la parte bassa delle statue resterà sempre nel rapporto di circa un terzo rispetto all’altezza totale della persona. E così che, p.es., nelle statuette dei tre sovrani ausaniti del Museo di Aden, si resta interdetti dal contrasto tra questa persistente sproporzione nelle misure somatiche e le figure piene e curate di questi personaggi, attribuiti dalle iscrizioni a un periodo relativamente tardo (I sec. a.C.-I sec. d.C., secondo J. Pirenne). Il contrasto diventa ancor più stridente nel caso della più recente delle tre statue, quella del re Yaṣ-duq’il Fari’um Šaraḥ’at, nella quale sono ormai ben evidenti quegli influssi greco-romani, che via via diverranno predominanti nell’ultima fase dell’arte s. (fase che per questo potremmo chiamare «di decadenza»).

Le iscrizioni con i nomi delle persone raffigurate, che compaiono quasi sempre nei piedistalli, ci informano sulla funzione che avevano tali sculture. Il loro valore era semplicemente quello di sostituire la presenza reale dei personaggi rappresentati. Tale valore poteva esser destinato a fini cultuali (adorazione e preghiera) o a fini funerari (continuazione della vita dopo la morte). Mentre per tale funzione e per la sua realizzazione iconografica è possibile ritrovare confronti (indubbi, anche se lontani) nella statuaria mesopotamica di periodo sumerico, per il modello espressivo e per i canoni stilistici si avverte un’ispirazione esclusivamente locale.

Una conferma dell’esistenza nel repertorio figurativo sudarabico di antiche reminiscenze mesopotamiche ci viene anche da una classe di particolari figurazioni che si trovano incise nei templi del Ǧawf e che sono chiamate convenzionalmente banāt ‘Ād («le figlie degli ‘Ād») dal nome che i Beduini danno alle figurine femminili che vi appaiono spesso rappresentate. La composizione con cui si presentano tali graffiti è molto particolare. I disegni riempiono completamente le facce più in vista dei pilastri e delle porte dei templi, articolandosi in alti pannelli figurati nei quali si susseguono e si sovrappongono più registri di motivi ripetuti geometricamente. Tra i motivi di animali (stambecchi, struzzi, serpenti, antilopi, ecc.) che si ripetono, compaiono anche singoli pannelli con immagini umane. Le più frequenti riguardano una fila di figure femminili stereotipe viste di fronte e separate tra loro (le banāt ‘Ād appunto). Ma non mancano pannelli con scene più libere e ariose in cui si vedono, p.es., alcuni uomini che, in atteggiamento ieratico e accompagnati dal suono delle cetre, sfilano in processione. Sono questi ultimi gli unici motivi che dimostrano un carattere narrativo. Per il resto si tratta solo di simboli che, ripetuti e giustapposti sino a trasfigurare in un ricercato valore ornamentale il loro originario significato, trasmettono tuttavia l’armonia interiore di cui era pervaso quell’antico, complesso mondo concettuale.

Anche se il significato generale di queste opere resta ancora incerto, è evidente che i singoli motivi iconografici trovano riscontri nella produzione sumerica del periodo protodinastico (metà del III millennio a.C.). Anche se certo non così antiche, le incisioni del Ǧawf sono tuttavia databili a un periodo molto alto, come hanno dimostrato gli scavi francesi del tempio esterno di as-Sawdā (c.a VIII sec. a.C.). Siamo di fronte qui a una delle più antiche forme espressive dell’arte s., e in essa sono ancora ravvisabili le singole componenti iconografiche, stilistiche e tecniche che più tardi s’integreranno a formare i caratteri originali e distintivi dell’arte del «periodo maturo».

Il passaggio tra il disegno inciso e il rilievo scultoreo è documentato da alcune lastre rinvenute a Mārib in cui gli stessi motivi delle banāt ‘Ād appaiono evidenziati dall’abbassamento dei piani di fondo, caratteristica che dona al quadro l’aspetto quasi di un’opera al traforo. Questi pezzi rappresentano il tramite per un’evoluzione verso i classici rilievi, giuntici in numerose lastre frammentarie, in cui stambecchi, antilopi, bucrani, ecc., sovrapposti e in fila, delimitano un quadro centrale recante un’iscrizione incisa. In questa categoria si hanno esempi in cui il rilievo assume un vero e proprio modellato quasi a tutto tondo, come in una stele dal Museo Borély di Marsiglia, dimostrando un affrancamento ormai definitivo dai legami tecnici e stilistici di partenza.

Il rilievo sudarabico si afferma in stretta connessione con l’architettura (si vedano, p.es., anche i gocciolatoi e le lastre sacrificali con protomi taurine). Questo spiega il copioso ricorrere di motivi di chiara origine architettonica nel repertorio iconografico sudarabico (dentelli, false finestre, motivo «a persiana», ecc.). Tutta la scultura del «periodo maturo» ne è pervasa, e non solo i pezzi direttamente collegati con l’architettura, come p.es. i capitelli, ma anche quelli da essa più lontani, come il mobilio in pietra o gli incensieri.

Lo stesso percorso tecnico-stilistico visto nei rilievi si può osservare anche nelle stele funerarie. Le più antiche dovrebbero essere quelle in cui sopra l’iscrizione compare il semplice, piatto rilievo di un volto umano. La forma triangolare del viso, gli occhi, la bocca piccola, il naso sottile e lungo richiamano molto da vicino le statue «degli antenati». Alla stregua di statue sono del resto da considerarsi gli altorilievi che compaiono nelle stele di «periodo maturo»: sia le bellissime protomi taurine, sia le figure della «dea» Dhat Ḥimyam tendono infatti a fuoruscire dalla lastra di pietra, restandovi unite solo per ricordare il valore ultraterreno che proprio la pietra aveva ai fini del culto dei morti.

Anche se per il momento si deve restare nel campo dell’estremamente generico, si può cercare di definire la cronologia delle fasi «antica» e «matura». Nel nuovo schema di cronologia alta qui adottato si collocano in un periodo precedente il 1200 a.C. tutti quei documenti artistici che sembrano precedere il vero e proprio manifestarsi dell’arte s. (gli idoli, i graffiti rupestri e i betili, dai quali dovettero originarsi rispettivamente la statuaria, il rilievo e le stele). L’effettiva nascita dell’arte s. dovrebbe quindi situarsi nel corso del lungo periodo della fase 1 (c.a 1200- 700 a.C.), quando fecero la loro comparsa le statuette «degli antenati», i disegni incisi delle banāt ‘Ād e le stele con volto umano piatto. Questo «periodo antico» dell’arte continuò poi anche nella fase 2 (c.a 700-400 a.C.), quando – sembra – dovette verificarsi il passaggio dai disegni figurati al rilievo scultoreo. Esso potrebbe anche dirsi «formativo» in quanto ora tutte le categorie artistiche (non dobbiamo dimenticare in questo anche l’architettura) stanno pian piano assumendo una loro piena e completa espressività. Il traguardo di un compiuto sviluppo sarà raggiunto nella successiva fase 3 (secoli IV-I a.C.), quando i regni di Ma’īn, Qatabān e Ḥaḍramawt si affermarono come forti stati indipendenti. Per la storia dell’arte è in questa fase che potremmo parlare di un «periodo maturo». Dopo (più o meno con l’inizio dell’era volgare), entriamo nella «fase tarda», che – ovviamente attraverso stadi evolutivi interni, ancora da studiare – durerà sino all’avvento dell’Islam. Il suo inizio va fatto coincidere con l’entrata in scena dell’elemento himyarita, quando cioè sempre più si affermarono i traffici marittimi con il mondo mediterraneo. Questa fase dell’arte potrebbe anche esser definita «di decadenza», in quanto si vedono ormai esaurite le più genuine potenzialità artistiche locali, e si riscontrano più abbondanti motivi iconografici e stilistici esterni (ellenistici prima, romani e persiani poi). Ciò non esclude, ovviamente, l’esistenza di influenze mediterranee nei periodi più antichi. Ma è interessante notare che queste si erano manifestate soprattutto in categorie di oggetti non propriamente congeniali all’arte s., come, appunto, la statuaria in bronzo. In questo senso sarebbe quindi preferibile parlare di importazioni, piuttosto che di influenze. Ricordiamo in proposito il guerriero in bronzo trovato da R. A. B. Hamilton nello Wādī Ǧirdān, che va inteso a tutti gli effetti come un’opera peloponnesiaca del VI sec. a.C., o la più nota statua in bronzo di Ma’dikarib rinvenuta dagli americani nell’Awwam di Mārib, che, dato il gusto locale, potrebbe essere stata fusa da artisti stranieri in Arabia meridionale tra la fine del V e l’inizio del IV sec. a.C. L’importazione, o l’imitazione locale, di oggetti greci in periodo «maturo» è confermato del resto dalle monete, che fanno la loro apparizione in Arabia meridionale a partire dal III sec. a.C.

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(A. de Maigret)



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